Revenge porn: perché chi paga è quasi sempre una donna

Il tema della privacy è sempre più centrale nell’era digitale. Sono innumerevoli ormai gli scandali che coinvolgono i colossi online – in primis Facebook – colpevoli di cedere i dati dei propri utenti a terze parti (dai gusti personali a quelli di navigazione), senza naturalmente l’esplicito consenso degli interessati, al fine di targhettizzare i vostri interessi e proporvi pubblicità più mirate.

 

Eppure c’è una categoria di cui si parla ancora troppo poco, che viene lasciata indietro, nonostante la violazione della loro privacy spesso generi conseguenze drammatiche e molto più dannose di un banner pubblicitario basato su un algoritmo che sfrutta la conoscenza dei tuoi comportamenti in rete. Queste persone – in gran parte donne, ma non solo – sono le vittime del revenge porn.

 

Cos’è il revenge porn? “A venirci in aiuto – al solito – è Treccani: “la diffusione nella Rete di immagini sessualmente esplicite, senza il consenso del soggetto ritratto, che di solito è una donna, da parte di individui che intendono così denigrare l’ex partner”.

 

Ma perché il revenge porn colpisce per lo più le donne? Quali sono i passi avanti fatti dalla politica e qual è il problema culturale che soggiace a questo particolare illecito? Ne parliamo nella nuova puntata di Quasidì, la decima. Siamo tornate dopo una lunga pausa con un bel numero tondo che di solito per molti è un traguardo ma per noi il 10 sarà un nuovo inizio.

 

Grazie per tutto il supporto fin ora dimostrato, speriamo che non vi siate dimenticati di noi. Mostrateci un po’ del vostro affetto imperituro condividendo la puntata e magari lasciandoci qualche stellina su iTunes. Come sempre, trovate l’episodio OVUNQUE.

Ascolta “#10 – Revenge porn” su Spreaker

FONTI

Treccani, Revenge porn, neologismo

Uscite le minorenni, Luca Zorloni, Wired

Cosa prevede la proposta del Movimento 5 stelle sul revenge porn, Giulia Giacobini, Wired

Il caso Sarti tra ricatti e sessuofobia, Nadia Terranova, Il Foglio

Cos’è successo con il “revenge porn”, Redazione, Il Post

Carcere per il revenge porn, la mamma di Tiziana Cantone, Redazione ANSA

On revenge porn and shaming women’s bodies, Sharanya Sekaram, WMC

 

C’è anche una novità da quest’oggi. Trovate qui sotto anche la trascrizione dell’episodio (all’incirca accurata e completa, manca qualcosina ma abbiate pazienza).

 

INTRO

VALE Il tema della privacy è sempre più centrale nell’era digitale. Sono innumerevoli ormai gli scandali che coinvolgono i colossi online – in primis Facebook – colpevoli di cedere i dati dei propri utenti a terze parti (dai gusti personali a quelli di navigazione), senza naturalmente l’esplicito consenso degli interessati, al fine di targhettizzare i vostri interessi e proporvi pubblicità più mirate. Proprio per questo, la politica si è mossa – con molto ritardo – anche sotto la spinta di attivisti e gruppi organizzati di cittadini. Oggi abbiamo il tanto temuto GDPR ovvero il Regolamento generale sulla protezione dei dati europeo, i cookies, la doppia conferma quando vi iscrivete a una newsletter e moltissime altre tutele per evitare che la vostra persona sia ridotta e venduta come un puro insieme di dati e informazioni, e non come invece un individuo.

ILE Eppure c’è una categoria che viene lasciata indietro, nonostante la violazione della loro privacy spesso generi conseguenze drammatiche e molto più dannose di un banner pubblicitario basato su un algoritmo che sfrutta la conoscenza dei tuoi comportamenti in rete. Queste persone – in gran parte donne, ma non solo – sono le vittime del revenge porn. Quando mi sono trovata a nominare questa espressione – in italiano non c’è ancora una traduzione specifica – mi sono accorta degli sguardi straniti attorno a me. Nel quadro normativo della privacy, rappresenta uno degli illeciti più odiosi e traumatici, eppure in Italia non solo non è conosciuto, ma non è nemmeno un reato specifico. Perché? Siamo qui per parlarne.

SIGLA

VALE: Iniziamo dal principio. Cos’è il revenge porn? In nostro soccorso, come sempre, arriva la Treccani, faro nella notte: “diffusione nella Rete di immagini sessualmente esplicite, senza il consenso del soggetto ritratto, che di solito è una donna, da parte di individui che intendono così denigrare l’ex partner”. ◆ E ancora, Silvia Vecchini su Wired: “è la pornografia della vendetta, quella pratica di pubblicare in rete materiale imbarazzante come un video hard fatto in casa, oppure un’immagine dell’ex nuda. Tutto senza il consenso dell’interessata, spesso condividendo anche nome, indirizzo o riferimenti che facciano capire chi è lei. Se uso pronomi femminili è perché nel 90% dei casi la vittima di revenge porn è una donna. Non ci allontaniamo troppo da un’altra forma di stalking, di persecuzione. Perché dietro il revenge porn, c’è spesso la voglia di umiliare le donne e spesso, spessissimo, persone con cui siamo stati. E nella complicità di chi appoggia questo abuso, contribuendo a diffondere quei materiali, c’è la misoginia.

ILE: Significativa da questo punto di vista l’inchiesta che hanno condotto l’attivista digitale Silvia Semenzin, dell’associazione Insieme in rete, e Valerio Mazzoni, esperto nel monitoraggio di attività segrete online con il supporto di Wired nelle chat segrete di Telegram “dove migliaia di uomini si scambiano foto, video e dati personali di donne senza il permesso. Dandole in pasto alla violenza di gruppo”. Si tratta di chat dai nomi esplicativi come “il canile” in cui si dà libero sfogo alla violenza verbale, incitando allo stupro, alla molestia, al grido di “uscite le minorenni”. Ma non ci si limita soltanto alle parole. Poi si passa ai fatti. Vengono fatti girare – per ripicca e spesso a scopo di estorsione – i numeri di telefono (quando non direttamente indirizzi di casa) di ex ragazze o semplici conoscenti e si aizzano gli altri membri del gruppo ad andare a importunare le vittime che si ritrovano tempestate di chiamate e messaggi indesiderati. In queste chat la diffusione di immagini e video privati è una pratica consolidate, se non proprio il collante di questi individui.

VALE

Se ignoravate fortunatamente per voi l’esistenza di questi gruppi telegram, sicuramente, però, saprete chi è Tiziana Cantone. Una ragazza di Mugnano di Napoli che a soli 31 anni nel 2016 decise di suicidarsi dopo la diffusione di un video privato in rete, ma soprattutto dopo la “gogna mediatica” subita. Se ne parlò molto all’epoca ma i provvedimenti furono zero. Tant’è vero che la madre di Tiziana, Maria Rosaria Giglio, non si è mai arresa ed è diventata una delle paladine dell’introduzione in Italia del reato di revenge porn. Recentemente anche una parlamentare grillina Giulia Sarti è stata vittima di questa pratica disgustosa, a scopo di estorsione. Un suo ex, con il quale la Sarti era balzata all’onore della cronaca per via di mancati rimborsi, minacciava di divulgare suoi filmati hard.

ILE

Ma perché il revenge porn colpisce per lo più le donne? Perché una donna sessualmente attiva genera così scandalo? Perché è umiliante e dovrebbe far notizia una donna che fa sesso? Perché è vergogna quello che deve provare? Perché viviamo ancora una cultura giudicante, piena di sessismo e di maschilismo. È una cultura retrograda quella che cerca in tutti i modi di disciplinare la libertà di un intero genere. E centrale è il motivo per cui le si punisce. Infatti il nodo centrale del revenge porn ovvero della pornografia della vendetta, è proprio la vendetta. Se per qualsiasi ragione, hai deluso le aspettative di un uomo – e badate bene, non stiamo parlando di mostri, ma di persone comuni, purtroppo – c’è chi si sente in diritto di “umiliarti”, condividendo materiale intimo. C’è un che di morboso in tutto questo, di assurdo. Siccome non posso più avere controllo sul tuo corpo, allora “condivido” l’immagine del tuo corpo con tutti di modo che non appartenga nemmeno più a te. Infatti non avrai più la tua libertà visto che spesso la conseguenza del revenge porn è quella di generare prima biasimo e poi isolamento ed emarginazione.

E fa ancora più paura pensare che isolamento ed emarginazione possano colpire delle minorenni, vittime designate per eccellenza vista anche l’ingenuità propria dell’età.

VALE

Fortunatamente negli altri paesi la situazione è migliore. Infatti il revenge porn è un reato in Israele, in Germania, in 34 paesi americani e nel Regno Unito. Anche in Italia comunque il vento sta cambiando. Già negli scorsi anni a muoversi erano state soprattutto le associazioni come Insieme in Rete, che abbiamo citato anche prima, attraverso opere di sensibilizzazione e una petizione su change.org che aveva aperto un tavolo di discussione con Laura Boldrini. E finalmente negli ultimi mesi si è arrivati alla discussione in parlamento. Ma non senza ostacoli. Infatti giovedì 28 Marzo la Camera dei Deputati ha respinto con 232 voti contrari e 218 favorevoli un emendamento al cosiddetto ddl “Codice rosso” che avrebbe introdotto il reato di revenge porn. Il disegno di legge governativo conosciuto come “codice rosso”, punta a rendere più rapide le indagini sui casi di violenza sulle donne e il revenge porn è uno di questi.

L’emendamento era stato proposto dalle opposizioni del governo, da Forza Italia al Partito Democratico a Liberi e Uguali, ma è stato bocciato dai voti contrari di Lega e Movimento 5 Stelle. Per quale motivo? Considerato che per una volta, si è andati ben oltre le fazioni politiche e donne di tutti gli schieramenti si erano messe d’accordo per un bene superiore (dalla Prestigiacomo di FI a Maria Elena Boschi del Pd, alla Boldirni di Liberi e Uguali). Come è risultato poi chiaro, il M5S aveva già un altro provvedimento in discussione al Senato, che ricalcava bene o male gli stessi punti (tratti per altro dalla petizione di Insieme in Rete, citata poco prima, purtroppo non coinvolta dal movimento 5 stelle bensì dalla Boldrini).

ILE Si sono giustificati dicendo che non volevano limitarsi a un emendamento ma ad una legge più completa, che infatti loro stavano presentando ma c’era la possibilità di cambiare le cose subito. E infatti fortunatamente, dopo le chiassose proteste, l’emendamento è stato poi ridiscusso ed è passato il 2 Aprile. Poco chiara invece la posizione della Lega,  almeno all’inizio, visto che il ministro leghista – per le pari oppurtinità, poi – Giulia Bongiorno non ha detto nulla sul revenge porn. Peccato che lei bene o male abbia prestato spesso il volto alle campagne contro la violenza sulle donne. Ve le ricordate le pubblicità con la hunziker? Aveva però proposto una forma di castrazione chimica per i condannati per reati sessuali. Ok.

VALE

Comunque per ora è stato approvato soltanto l’emendamento che ricordiamolo è all’interno di un ddl (aka un disegno di legge) che deve ancora essere approvato nella sua interezza. Se non viene approvato, purtroppo non si potrà affermare che in Italia sia stato colmato il vuoto normativo e quindi introdotto il reato di revenge porn. Ma comunque nel caso passasse, quali sono le pene previste? Chiunque invii, pubblichi o diffonda immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, senza il consenso delle persone rappresentate, è punibile con la reclusione da 1 a 6 anni e multe che vanno da 5mila a 15mila euro. La pena aumenta se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da una persona che è o è stata legata sentimentalmente alla persona offesa, e viene aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi a danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o a danno di una donna in stato di gravidanza. Ma soprattutto, e questa è forse la notizia più importante, i materiali diffusi con questo emendamento potranno essere eliminati dalla circolazione – dopo averne fatta richiesta – entro le 48 ore, esercitando il fantomatico diritto all’oblio. Una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità di alcuni dati pregiudizievoli per l’onore e la reputazione di una persona. Dovrebbe diventare uno dei diritti fondamentali dell’uomo in Rete.

ILE

Dopo questi chiarimenti possiamo affermare con grande amarezza che il revenge porn è purtroppo un’arma rivolta contro le donne. Sappiamo che sono prese come vittime anche individui anziani che condividono foto intime e poi vengono ricattati per estorcergli denaro. Ma di base, è un reato che trova terreno fertile in una cultura che si rifiuta di vedere una donna come un soggetto attivo e non come un oggetto sessuale. Che ancora fa fatica a trovare “serie” e devastanti le conseguenze sulla vita di una persona che subisce molestie sessuali. Altrimenti come scusare un ritardo simile nella definizione di pene severe per un reato così grave e che lede così tanto la privacy? Per non parlare della riflessione automatica che viene anche dai cosiddetti rimedi al revenge porn. “Eh, basta non farsi le foto osé, no?”. Perché alla fine se ti fai riprendere, se mandi delle immagini sexy, un po’ te la sei cercata… Insomma, è sempre colpa della vittima. Una pratica consolidata nella cultura dello stupro. Basti pensare al trattamento di donne molto più potenti e affermate come Kim Kardashian e Belen Rodriguez, a loro volta vittime di revenge porn visto il leak di filmati hard. Chi dice che siano state loro stesse a diffondere le immagini, chi ancora attribuisce il loro successo alle loro doti erotiche, screditando il loro lavoro. Che sia chiaro, non voglio dire che Kim Kardashian debba vincere un premio alla carriera ma comunque un trattamento simile è sessista, poco da dire. O almeno figlio di una cultura sessista. Per cui il successo di un donna è sempre attribuibile o ad un uomo o alle sue prestazioni sessuali, anche quando sono private.

VALE: Il problema, come per molte altre cose, è che molte cose sono comunque molte cose inerenti le donne sono ancora definite attorno al volere maschile. Al di là delle chat mostruose in cui ci si possa scambiare materiali, la necessità è sia di educare le donne a non essere sessite, ma soprattutto far capire agli uomini che questi comportamenti non vanno bene. In questa situazione la maggior parte delle vittime sono donne (dicevamo 90% prima) quindi resta sempre sull’uomo il perno su cui bisogna far vertere la situazione. Bisogna cambiare prospettiva, non è solo la donna che ha fatto sesso, la donna che ha fatto video o foto, la donna che è una persona che può avere una vita sessuale attiva, ma è l’uomo che è stato un bastardo, è l’uomo che ha diffuso le immagini, è l’uomo che ha mancato di rispetto una persona, è l’uomo che si è comportato da vigliacco. Proviamo a pensare a quanto male si sia comportato chi perpetra questo spero futuro crimine riconosciuto perché le attenzioni alla vittima vanno date in termini di empatia, solidarietà e vicinanza, parlarne in ogni altro termine fa sì che le sia rivolta l’attenzione sbagliata, riducendo la rabbia e il disgusto che si dovrebbe provare per il colpevole.

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