Perché difendere ancora i diritti umani

L’idea di diritti umani – ovvero quei quei diritti riconosciuti all’uomo semplicemente in base alla sua appartenenza al genere umano – è presente fin dall’antichità e si è progressivamente evoluta generazione dopo generazione, racchiudendo i diritti civili (come la libertà di stampa, nata con la Rivoluzione francese), diritti politici (il diritto di voto), sociali, culturali ed economici (come i diritti al lavoro e all’educazione). Tuttavia la concezione moderna di diritti umani è arrivata a noi quando nel secondo dopoguerra – il 10 dicembre 1948 – è stata redatta la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dalle Nazioni Unite, conosciuta anche come DuDu.

La dichiarazione è stata approvata dopo che l’Umanità ha dimostrato quanto male è in grado di fare a se stessa, dopo la seconda guerra mondiale e lo sterminio del popolo ebreo. Sebbene non sia uno strumento giuridicamente vincolante, rappresenta comunque un traguardo universale e soprattutto uno strumento di base per stringere accordi e estendere tutele morali a livello internazionale. 

Ormai sono passati più di 70 anni da quella dichiarazione, è legittimo chiedersi: a che punto siamo? Anche se viviamo ancora in una moderna democrazia, di recente, abbiamo assistito a una liberalizzazione di odio, intolleranza e cattiveria che temiamo possa oscurare i principi base della civiltà: libertà, giustizia e pace. Riportare la discussione sul lato umano delle notizie ci sembra oggi più urgente che mai. Il motivo è facilmente intuibile, soprattutto se quest’estate avete seguito come noi la cronaca di ciò che succedeva a Hong Kong. 

Ed è anche il tema della puntata di questa settimana (sì, siamo tornate). Potete ascoltarla su YouTube, Spreaker, Spotify e iTunes.

 

Ascolta “#13 – Perché serve ancora difendere i diritti umani” su Spreaker.

 

 

FONTI:

https://www.ohchr.org/en/udhr/pages/Language.aspx?LangID=itn

https://www.internazionale.it/notizie/2019/08/08/cella-isolamento-carcere

https://law.yale.edu/system/files/documents/pdf/Liman/asca_liman_2018_restrictive_housing_revised_sept_25_2018_-_embargoed_unt.pdf

https://www.agi.it/fact-checking/siria_numero_morti_douma_martina-3755123/news/2018-04-11/

https://www.antigone.it/tredicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/01-costi-del-carcere/

https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2019/08/09/open-arms-richiedenti-asilo

https://www.affarinternazionali.it/2019/08/kashmir-india-autonomia-pakistan/

https://www.iai.it/sites/default/files/indiaindie_04.pdf

https://www.osservatoriodiritti.it/2019/01/17/diritti-umani-violati-nel-mondo-human-rights-watch/

https://www.osservatoriodiritti.it/2019/07/22/disuguaglianze-sociali-economiche-migrazione/

https://www.corneredbypas.com/?utm_source=The+Vision+Newsletter&utm_campaign=a33f2e0143-EMAIL_CAMPAIGN_2019_08_08_02_29&utm_medium=email&utm_term=0_85176ef4dd-a33f2e0143-78265969

https://www.ilpost.it/2019/08/14/cina-hong-kong/

https://www.valigiablu.it/hong-kong-proteste/?fbclid=IwAR1o4HGEmOjdnKikzEVqct7oVCubt983urvJRGHir9YSNq3i_r6M2S82Tow

https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2019/08/06/decreto-sicurezza-bis-legge

https://www.wired.it/attualita/2019/04/11/porto-sicuro-definizione-significato-libia/

https://www.osservatoriodiritti.it/2019/01/17/diritti-umani-violati-nel-mondo-human-rights-watch/

https://www.ilsole24ore.com/art/ipcc-cambiamento-clima-aumentera-fame-e-migrazioni-ACJgkpd?refresh_ce=1

https://www.valigiablu.it/hong-kong-proteste/?fbclid=IwAR1o4HGEmOjdnKikzEVqct7oVCubt983urvJRGHir9YSNq3i_r6M2S82Tow

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/08/06/decreto-sicurezza-bis-conversione-legge/43131/?fbclid=IwAR2LHNk8aVhexApjAen6IB12XTGeJ7ZA1vExsWVp7g2PGr0Zw1V83SGsJ0Q

https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/04/death-penalty-dramatic-fall-in-global-execution/

https://www.amnesty.org/download/Documents/ACT5098702019ENGLISH.PDF

https://www.ilpost.it/2015/04/10/halden-carcere-piu-umano-mondo-funziona/

https://www.ilpost.it/2019/07/29/foto-natale-hjorth-bendato/

 

TRASCRIZIONE

VALE

L’idea di diritti umani – ovvero quei quei diritti riconosciuti all’uomo semplicemente in base alla sua appartenenza al genere umano – è presente fin dall’antichità e si è progressivamente evoluta generazione dopo generazione, racchiudendo i diritti civili (come la libertà di stampa, nata con la Rivoluzione francese), diritti politici (il diritto di voto), sociali, culturali ed economici (come i diritti al lavoro e all’educazione). Tuttavia la concezione moderna di diritti umani è arrivata a noi quando nel secondo dopoguerra – il 10 dicembre 1948 – è stata redatta la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dalle Nazioni Unite, conosciuta anche come DuDu. 

Il primo di questi articoli riassume l’intento generale della Dichiarazione, ovvero “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. senza distinzione«di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”.

ILE

La dichiarazione è stata approvata dopo che l’Umanità ha dimostrato quanto male è in grado di fare a se stessa, dopo la seconda guerra mondiale e lo sterminio del popolo ebreo. Sebbene non sia uno strumento giuridicamente vincolante, rappresenta comunque un traguardo universale e soprattutto uno strumento di base per stringere accordi e estendere tutele morali a livello internazionale. 

Ormai sono passati più di 70 anni da quella dichiarazione, è legittimo chiedersi: a che punto siamo? Anche se viviamo ancora in una moderna democrazia, di recente, abbiamo assistito a una liberalizzazione di odio, intolleranza e cattiveria che temiamo possa oscurare i principi base della civiltà: libertà, giustizia e pace. Riportare la discussione sul lato umano delle notizie ci sembra oggi più urgente che mai.   

SIGLA

ILE

Ci stiamo chiedendo: perché serve ancora difendere i diritti umani. Proviamo a rispondere a partire dall’attualità con tre notizie molto recenti di cui si è discusso molto quest’estate: 

  • Partiamo da Hong Kong: cosa sta succedendo? – Al momento in cui registriamo è da dieci settimane che continuano le proteste di centinaia di migliaia di persone, in particolar modo giovani che chiedono più libertà e democrazia al governo cinese. Fin ora si stanno concentrando sul blocco del trasporto pubblico che ha causato gravi ripercussioni sull’intera rete stradale e ferroviaria, oltre che il blocco temporaneo dell’aeroporto. Si tratta del primo sciopero generale da più di 50 anni dal 97 quindi fino al 2047. Dall’inizio delle proteste, a giugno, sono state arrestate più di 500 persone. È stato fatto uso di proiettili di gomma e gas lacrimogeni da parte della polizia, oltre che di percosse fisiche, come abbiamo purtroppo visto dalle immagini circolanti in rete. Fino ad adesso le forze armate cinesi non sono intervenute direttamente, pur dando pieno appoggio alle istituzioni di Hong Kong, guidate dal capo esecutivo Carrie Lam, di cui i manifestanti chiedono le dimissioni. Ma cosa ha scatenato tutto questo? La miccia è stata la mozione per un disegno di legge che, se approvato dal parlamento locale, avrebbe permesso più facilmente l’estradizione dei citatdini di Hong Kong e lo svolgimento del processo (soprattutto in Cina) di imputati accusati di aver commesso reati specifici come stupro e omicidio. L’indignazione nasce dal fatto che la legislazione di Pechino così come lo stato delle carceri è assai diverso dalla città di Hong Kong che al momento gode di uno statuto speciale all’interno del governo cinese. Privilegi che si teme possano essere persi presto. Infatti nel 1947, quando la città è stata restituita alla Cina dopo essere stata per 99 anni sotto il dominio coloniale britannico, gli è stato concesso un periodo di autonomia di 50 anni. È stato quindi creato una particolarissima forma di autogestione che è ben chiarita dall’espressione “un paese, due sistemi”, che da sempre descrive i rapporti tra cina e hong kong. Sembra però che il vento stia cambiando, e il decreto di legge presentato, poi bloccato per via delle proteste, potrebbe essere un’avvisaglia. Ecco perché si sta scioperando con così tanto fervore. La Cina infatti è uno dei paesi dove la censura agisce sistematicamente, creando un black out informativo che rende difficile anche alle organizzazioni internazionali registrare lo status dei diritti umani. Il quadro che emerge comunque non è dei migliori: su Valigia Blu leggiamo “tortura, detenzioni arbitrarie, confessioni forzate, processi non equi e problemi di accesso agli avvocati sono solo alcune delle violazioni che avvengono sistematicamente in Cina più volte denunciate dalle associazioni che si battono per la difesa dei diritti umani”. Una delle maggiori preoccupazioni al momento è il trattamento riservato ai protestanti, considerando che la Cina ha un sistema molto sofisticato di riconoscimento facciale per usi politici. Al momento infatti i manifestanti stanno ingegnosamente usando i laser per evitare l’identificazione attraverso le telecamere. Altro fattore da tenere in considerazione è la consapevolezza che i cittadini cinesi hanno rispetto alle proteste della città. Già Reporter senza frontiere aveva denunciato il fatto che la libertà di stampa di Hong Kong era stata seriamente minacciata dai legami sempre più stretti tra i proprietari dei media di Hong Kong e le principali istituzioni politici cinesi. La propaganda di Stato così come il blocco dei social media e l’intimidazione dei dissidenti politici sono solo alcune delle violazioni denunciate dall’ONU nei confronti della Cina. È anche per questo che la lotta dei giovani di Hong Kong ci riguarda.  

 

VALE

  • La seconda notizia, e ci preme dire che stiamo parlando del solo mese di Agosto, riguarda l’India e il mai sopito conflitto del Kashmir. Sicuramente non è la prima volta che ne sentite parlare ma non è esattamente una notizia da prima pagina nei giornali nostrani. Rappresenta però un altro campanello d’allarme quando si tratta di diritti umani. Cosa è successo? Ad Agosto il governo ultranazionalista del premier indiano Narendra Modi ha deciso di togliere lo statuto speciale al Kashmir,  stato che fa parte dell’India ma che, a differenza del resto del paese, di confessione induista, è a maggioranza islamica.  In pratica, con un decreto presidenziale si è messo fine all’autonomia della regione del Kashmir che adesso risentirà molto di più del governo centrale indiano. Quello che si tema è appunto una “induizzazione” dello Stato, come è avvenuto per l’uniformazione forzata del Tibet alla Cina.  La regione del Kashmir è da sempre – o per melgio dire dal 1947 – un focolaio di tensioni tra India e Pakistan, con cui confina. 
  • Breve lezione di storia in arrivo: una volta India e Pakistan erano uniti e facevano parte dell’impero coloniale britannico. A seguito della seconda guerra mondiale, si chiese a gran voce l’indipendenza dalla Gran Bretagna e venne ottenuta nel 1947. Quasi immediatamente dopo l’indipendenza, le tensioni fra l’India e il Pakistan cominciarono a degenerare. All’interno del paese gli scontri etnici tra musulmani e indù portarono quindi alla separazione politica di India e Pakistan per come li conosciamo oggi (eccezion fatta per l’indipendenza del Bangladesh, avvenuta più tardi). Una divisione che nacque nel sangue, furono migliaia le vittime e ancora di più i profughi. Il conflitto indo-pakistano perdura ancora oggi e riguarda soprattutto la disputa sulla regione del Kashmir un conflitto etnico ma anche economico. Infatti, in soldoni, essendo il kashmir a maggioranza musulmana, il Pakistan ne rivendica l’annessione ma avendo delle risorse naturali importanti non vuole essere ceduto dall’India. Tra l’altro a contribuire al crescere delle tensioni c’è anche indovinate chi? La Cina. 

 

ILE

Infine l’ultima notizia raccolta, ci teniamo a ribadirlo, nel solo mese di Agosto è quella che riguarda i migranti della Open Arms. Come tanti altri prima di loro, condividono il destino di molti naufraghi, recuperati in mare dalle ong, e lasciati ad aspettare a largo delle coste italiane, maltesi, spagnole e così via aspettando l’autorizzazione per lo sbarco, al fine di garantire le necessarie cure mediche per i passeggeri. Sapete che ormai prestare soccorso in mare è sempre più difficile per via delle minacce dei governi protezionisti che cercano di chiudere i confini e respingere quanti più migranti possibili, rispedendoli in quei paesi che loro stessi hanno definito “porti sicuri”, come nel caso della Libia. Recentemente è stato approvato anche il Decreto sicurezza-bis, la riforma sul soccorso in mare e l’ordine pubblico che prevede per le ong che ignorano i divieti di sbarco confische della nave e multe fino a un milione di euro. Misure del tutto sproporzionate se pensiamo se pensiamo che come si legge su Linkiesta il decreto – d’urgenza – “sicurezza bis”, convertito in legge con il voto definitivo in Senato, riguarda alla fine poco meno di 250 migranti. Tanti sono quelli sbarcati in Italia, dall’inizio dell’anno a oggi, tramite le navi delle ong, sulle quali il provvedimento si concentra sanzionando il soccorso e gli sbarchi nei porti italiani. Ma oltre il 90% dei 3.950 migranti è arrivato sulle nostre coste con altri mezzi: autonomamente, tramite i cosiddetti “sbarchi fantasma”, o perché salvato dalle imbarcazioni della Guardia Costiera e della Finanza. «Il numero delle persone sbarcate in Italia è talmente basso che un provvedimento legislativo d’urgenza su questi argomenti è inopportuno. La questione è di ordine politico», spiega Dario Belluccio, avvocato dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). «dal punto di vista giuridico il decreto sicurezza bis è inutile, perché richiama alla Convenzione di Montego Bay, che prevede il divieto di sbarco di immigrati irregolari. Nei passati casi di scontro con le ong, non è mai stata verificata una violazione di questa fattispecie. Non sono navi che sono andate a prendere persone in un Paese straniero e le hanno portate in italia senza visto. Si tratta di persone salvate in mare in condizioni di pericolo delle imbarcazioni, quindi naufraghi, per i quali si fa riferimento alle convenzioni sulla salvaguardia della vita in mare». Perché ricordiamoci che il vero reato non è prestare soccorso ma ometterlo. La notizia comunque più importante è che per la prima volta nella storia i migranti della nave spagnola Open Arms – al momento in acque internazionali al largo della Libia – hanno espresso la volontà di fare richiesta di asilo in Europa, mentre sono ancora a bordo della nave umanitaria quindi prima di sbarcare. Questo non li rende clandestini, cosa che non erano nemmeno da prima ma naufraghi, bensì candidati per ottenere asilo politico. Come si legge su Internazionale, “di solito queste persone erano considerate soltanto naufraghi, invece sono in realtà dei richiedenti asilo. Questo significa che se fossero riportati indietro in Libia si tratterebbe di una violazione del principio di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra, ma anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”. L’Italia invece sta de facto consegnando il coordinamento dei salvataggi nel Mediterraneo alla guardia costiera libica, nonostante le preoccupazioni sul destino di questi individui una volta tornati nel posto da cui cercavano di fuggire. 

 

VALE

“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”. Il terzo articolo è breve, sintetico, semplice ed efficace. Eppure ci ritroviamo in un momento storico in cui sembra inconcepibile credere fondamentale e necessario aiutare chi fugge da un paese perché si trova in pericolo. Frasi come “lasciateli morire in mare” risuonano in un eco nemmeno troppo distante in cui è possibile percepire un livello di aridità e totale distaccamento dalla realtà. Siamo comodi, stiamo bene, non abbiamo una guerra che sta devastando il Paese in cui ci troviamo. La stima sui morti in Siria vacilla tra 250mila e mezzo milione, difficile ancora dare una stima precisa. Così assurdo quindi considerare che ci siano 5,6 milioni di rifugiati provenienti da questo Paese? Com’è possibile pensare che sia meglio lasciare in mare o, peggio, in una nazione praticamente rasa al suolo delle persone? Con quale spirito è lecito considerare meglio una morte o una vita devastata da esplosioni, uccisioni e violenze alla possibilità di aprire un porto o fornire assistenza in qualche modo? Eppure l’articolo 1 lo dice chiaramente, bisogna agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. 

 

ILE

 

I flussi migratori sono sempre esistiti e non staremo qui a ripetere il “eh ma quando a migrare erano gli italiani” perché non vogliamo scadere in una becera riaffermazione di chi ha fatto cosa e quando, perché finiremo col riferirci a ovvietà che bisognerebbe dare per assodate. Gli italiani in Argentina o a Ellis Island a New York sono qualcosa di lontano e polveroso, ma è anche comodo riferirsi agli espatri in Inghilterra e in Australia come a “fuga di cervelli” e prendersela con un Paese che sì, non riesce a garantire solidità a generazioni irrequiete, ma che di sicuro non ne minaccia l’incolumità fisica (pur rimanendo tutti d’accordo sull’importanza e il valore dell’affermazione e dello sviluppo della propria persona anche attraverso lo studio e il lavoro). Non parliamo della diaspora degli anni Novanta dei Paesi dell’ex-Jugoslavia verso altri Paesi, fenomeno innescato da una delle recenti guerre considerate tra le più cattive, trucide e violente.

Avere una casa, un lavoro e la possibilità di costruire la propria esistenza è un diritto inalienabile. Pensare di avere il potere di decidere quando questi diritti siano applicabili o meno rende queste persone prive di ogni consapevolezza dell’essere umano. Inutile pensare che stiamo difendendo mentecatti, assassini, stupratori o delinquenti di qualsiasi sorta perché al di là delle azioni di cui siamo o non siamo responsabili abbiamo sempre la possibilità di ricordarci che siamo esseri umani. 

 

VALE

Il vero problema della migrazione comunque – che nessuno sembra voler affrontare – non è come fermare gli sbarchi ma perché avvengono gli sbarchi. Non si tratta soltanto di conflitti etnici e guerre ma anche di questioni ambientali che riguardano quindi tutti noi. Sempre quest’estate è uscito il nuovo rapporto ONU sul clima, lo stesso che qualche tempo fa aveva stimato in 12 anni il tempo limite per porre rimedio agli effetti del riscaldamento globale per intenderci. Questo nuovo lavoro è intitolato “Climate Change and Land” e, come potete immaginare, le considerazioni del report riguardano soprattutto la produzione di cibo nel mondo e le conseguenze del cambiamento climatico sull’agricoltura. Secondo le statistiche esposte nei prossimi anni i terreni saranno sempre più soggetti a siccità, inondazioni e incendi. Di conseguenza aumenteranno anche i flussi migratori. Già oggi mezzo milione di persone vive in territori in via di desertificazione. Per non parlare delle popolazioni indigene, più di 370mila persone che vivono in 90 Paesi. Si legge su The Vision che circa il 40% degli attivisti assassinati nel mondo nel 2018, a causa del loro impegno politico per il clima, appartiene proprio a questa categoria. 

Come è ormai chiaro, ci stiamo muovendo verso un cambiamento di scenario. Gli esperti parlano di diritti umani di terza generazione, più rivolti alla collettività e non solo al singolo individuo. Questo perché in scala sempre maggiore i diritti del singolo – come per esempio il diritto alla sicurezza, il diritto a una casa, il diritto al lavoro – dipendono dalle comunità, comunità messe a rischio dal cambiamento climatico e da forze politiche autoritarie o da conflitti etnici e altri crimini d’odio. 

Queste sono notizie deprimenti e pensate che abbiamo preso in considerazione solo l’ultimo mese! Non vi abbiamo mica parlato del Brasile di Bolsonaro e il Venezuela di Maduro. I rohingya in Birmania e il conflitto israelo-palestinese, la guerra in Siria, l’Ungheria di Orban e la tragedia dello Yemen. Tutto questo potete leggerlo nel report annuale sui diritti umani violati nel mondo di Human Rights Watch che vi lasciamo come sempre tra le fonti. Tuttavia da questo report emergono anche dei messaggi di speranza. Infatti se i diritti umani non vengono rispettati ovunque nel mondo, aumentano le resistenze e le lotte contro i soprusi. 

 

ILE

Una storia di resistenza e di lotta che ha portato dei risultati, sebbene ancora la strada da fare sia tanta, è quella contro la pena di morte. Sì, perché non c’è bisogno di parlare di paesi lontanissimi dal nostro immaginario, basta rimanere nel nostro caro Occidente per toccare con mano quanto il diritto alla vita non sia affatto scontato come si crede. Persino nel 2019. 

Secondo l’ultimo rapporto internazionale di Amnesty International la pena di morte è ancora presente in 56 nazioni. Nel 2018 le esecuzioni sono calate, a livello globale, del 31% passando da 993 nel 2017 a 690 nel 2018. I dati su alcuni Paesi non sono definitivi e in questi casi l’associazione tende a indicare che possano essercene di più, soprattutto per quanto riguarda la Cina su cui non ci sono evidenze in quanto il loro governo mantiene segreto il numero di condanne e il numero di esecuzioni; si pensa comunque nell’ordine delle migliaia. Tra i cinque Paesi con maggior numero di esecuzioni durante il 2018 ci sono infatti Cina, Iran, Arabia Saudita, Vietnam e Iraq. Le condanne, invece, sono state 2531, mentre nel 2017 2591 ovvero 60 in meno, ma alla fine del 2018 il numero totale di persone con una sentenza capitale erano 19.336. I numero sono sì in calo, ma ci sono stati casi come la Thailandia in cui dopo anni è stata emessa una sentenza di morte o come lo Sri Lanka che ha preso in considerazione l’idea di ripristinare la pratica.

Negli Stati Uniti la pena di morte è stata abolita da 20 stati ed è presente in 30, anche se in 11 di questi non ci sono state esecuzioni da almeno 10 anni.

 

VALE

Leggendo un articolo su Internazionale, tratto dall’originale su The Economist, abbiamo scoperto la storia di Tony Medina, un detenuto in un carcere di massima sicurezza in Texas. Medina è stato condannato alla pena di morte (e su questo potremmo aprire un intero capitolo a parte) perché nel ‘95, festeggiando Capodanno, sparò da una macchina in corsa uccidendo due bambini. Al di là della sentenza, quello che ci ha colpite è stato scoprire che Tony vive in una cella di isolamento da quasi vent’anni (prima era in celle comuni, ma a causa della tentata evasione di alcuni detenuti, tutti quelli nel braccio della morte sono stati isolati). Ci passa 23 ore al giorno e nell’ora d’aria non ha comunque il diritto di stare con altri. Il periodo di detenzione medio in Texas prima dell’esecuzione è di circa dieci anni (l’attesa più lunga registrata è di 31 anni) con casi limite come quello di Albert Woodfox, in isolamento per quarant’anni prima di essere scarcerato dopo aver dimostrato di essere stato condannato ingiustamente. 

L’articolo cita un rapporto pubblicato nel 2018 dal centro studi Liman dell’Università di Yale sul tempo trascorso in cella. Il rapporto è lunghissimo e dettagliato, ma scorrendo velocemente ci è caduto l’occhio su una tabella, un’appendice, dove sono riassunte le diverse definizioni di “gravi malattie mentali” per le diverse giurisdizioni presenti negli Stati Uniti. Potremmo anche leggere tutte le caselle per capire quali malattie sono contemplate e prese in oggetto, quali siano i criteri o i metodi di indagine clinica su questi aspetti, ma probabilmente la vera considerazione dovrebbe cadere su come non ci sia uniformità su un aspetto così rilevante e importante della salute dell’uomo. La medicina, lo sappiamo, non è una scienza esatta perché dipende da molti fattori che ogni medico decide o meno di tenere in considerazione, questo però non esclude dei requisiti standard e condivisi alla base delle cure (non ho capito cosa vuoi dire). 

L’isolamento provoca inevitabilmente una serie di danni psicologici notevoli, che possono sfociare in atti autolesionisti o in casi più gravi anche in suicidio. La chiusural e la reclusione portano alla pazzia. Il contatto umano e lo scambio sono alla base di una potenziale crescita. Il cambiamento può rappresentare un miglioramento e l’integrazione afferma la possibilità di sviluppare nuove idee, nuovi sistemi e la giusta spinta per una naturale evoluzione. 

ILE

E no, non stiamo remando contro il sistema giudiziario, non siamo così naif da credere e diffondere un messaggio in cui le azioni non dovrebbero avere conseguenze. Quello che ci ha colpito di questa storia è un aspetto che spesso però viene tralasciato quando si parla di carcerati, ovvero l’umanità. Con quale criterio ci sentiamo nella posizione di determinare che queste persone non abbiano più diritto a un’umanità? E soprattutto, se condanniamo a morte un individuo, non diventiamo noi stessi degli assassini? Non ci macchiamo noi stessi del reato che vorremmo punire? È doveroso vivere in un sistema di giustizia in cui chi sbaglia deve essere punito ma attenzione a scambiare la vendetta con la giustizia. È parte della giustizia trattare le persone civilmente, rispettando la loro dignità. Altrimenti non c’è riparazione del danno subito né una lezione imparata dal torto commesso ma soltanto altra violenza. Il quinto articolo della Dichiarazione dei diritti umani afferma: “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti”. E vogliamo aggiungere l’episodio del ragazzo americano ammanettato a bendato? C’è stata una violazione della Costituzione e più precisamente l’articolo 13 che vieta «ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». I carabinieri hanno provato a giustificarsi dicendo che sia stato tenuto così pochi minuti, soprattutto per evitare che il ragazzo vedesse cosa fosse presente negli uffici, nello specifico sui monitor (però come prima cosa mica ti viene in mente di spegnere i monitor, no, prima ti viene in mente di bendare uno). Il fatto che il giovane possa aver ucciso qualcuno non toglie che non debba essere trattato con decenza e umanità. Nessuno ha pensato di fermare il collega che pensava fosse ok bendarlo? E chi ha scattato la foto cosa pensava di farne? Creare risate generali tra i colleghi? O dimostrare quanto siano forti e inarrestabili? Sospetto che gli Stati Uniti non l’abbiano presa benissimo e sono praticamente certa che gli avvocati faranno leva su un trattamento simile, soprattutto visto che è avvenuto prima di un interrogatorio o prima di una confessione (l’innocenza è presunta fino a prova contraria). Non pensiamo a carceri con i massaggiatori o con il filetto a cena ogni sera, ma pensiamo alla necessità di avere uno sviluppo cognitivo e personale adeguato a quelle che sono delle condizioni di vita che non vadano a minare l’integrità umana. 

 

VALE 

In Norvegia è stato istituita una prigione, se così si può dire, alternativo. Si tratta del carcere di Halden, aperto nel 2010 e che scatenò varie critiche perché venne considerato dalla stampa internazionale come “una prigione a cinque stelle” per via della struttura. Gli edifici sono infatti costruiti con una logica diversa, non sembrano delle prigioni classiche, ma le celle sono dotate di frigo, televisore, l’estetica degli interni ed esterni non è composta solo di cemento e il perimetro attorno è circondato da una fitta vegetazione (tipica della zona). Il carcere ha un perimetro delimitato da un muro alto otto metri, visibile da qualsiasi punto della prigione, a ricordare ai carcerati che sì, stanno seguendo anche dei percorsi riabilitativi, ma che si trovano comunque a scontare una pena per un crimine. Una giornalista del New York Times, Jessica Benko, ha visitato Halden per descriverne la realtà di tutti i giorni. Il trattamento all’interno è volto a una riabilitazione dei condannati, che seguono corsi di vario genere per riuscire a ottenere certificazioni da poter usare una volta reinseriti in società. In Norvegia non esiste la pena di morte né l’ergastolo, la pena massima è di 21 anni. L’obiettivo è quello di ridurre i conflitti all’interno e minimizzare le tensioni, cercando di sviluppare ambienti in cui le persone possono avere momenti comuni (come i pasti) non solo tra di loro, ma anche con le guardie. Il sistema adottato è infatti quello della “sicurezza dinamica”, ovvero basare la sicurezza interna grazie a una collaborazione relazionale tra i detenuti e gli addetti, al contrario dell’approccio “sicurezza statica” dove le crisi interne vengono evitate grazie a una struttura anti-vandalismo, porte comandate a distanza e un’interazione con le guardie ridotta al minimo indispensabile. La fiducia è alla base del primo approccio, i detenuti di Halden sono sì sorvegliati da telecamere, ma hanno la possibilità di muoversi attraverso la struttura più o meno liberamente (in relazione alle restrizioni della propria pena) anche grazie allo scambio che avviene con gli addetti alla sicurezza. Si potrebbe facilmente pensare a un’istigazione alla rivolta, ma in cinque anni la cella di isolamento non è mai stata usata. Nel carcere sono detenute 251 persone (di cui 2/5 stranieri) e metà di questi ha compiuto crimini violenti come omicidi, stupri o aggressioni e sono ospitati in un blocco separato per fornire cure mediche e psichiatriche (in quest’area sono detenuti anche le persone con problemi psichiatrici più gravi) a chi ne ha bisogno o per proteggerli negli altri due blocchi più “liberi” in cui potrebbero correre rischi con gli altri detenuti. La giornalista descrive di essersi ritrovata nel blocco A, quello appena descritto, assieme a un carcerato che le fa notare di essere rimasta sola con lui e altri detenuti presenti per crimini aggressivi, facendo però anche presente che la situazione fosse serena, il clima fosse rilassato e non ci fossero tensioni di cui preoccuparsi (le guardie erano poco lontane per permettere alla giornalista di svolgere interviste con un po’ più di privacy). Il sistema prevede chiaramente punizioni nel caso di comportamenti scorretti, ma si può dire che il metodo funzioni? Calcolare le percentuali di recidiva può essere complesso perché i fattori presi in considerazione cambiano, c’è chi considera recidiva solo crimini che portano all’arresto e altri che invece calcolano anche le violazioni di buona condotta. 

 

ILE

Fare un paragone risulta difficile, ma basta aver visto anche solo qualche stagione di Orange is the new black per capire che a trattamento inumano corrisponde reazione inumana. Non bisogna essere antropologi o sociologi per capire che un sistema, non per forza quello carcerario, basato su violenza, inumanità, vendetta e cattiveria non sia l’ambiente ideale per lo sviluppo di facoltà sociali e personali. Lo spirito è anche quello di formare delle guardie che possano portare avanti un lavoro in regola con una propria umanità e un proprio approccio individuale, che non rifletta sulla propria persona il fatto di aver trattato male qualcun altro.

Combattere violenza con altra violenza non può portare a un risanamento della società, programmi di rieducazione e reinserimento faciliterebbero una ripresa delle funzioni civili con la speranza di favorire un processo che smetta di alimentare il circolo vizioso criminale che sfocia in recidive (secondo un’analisi del 2007 del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria si trattava del 68%) o emarginazione dalla società. 

Lottare contro la violazione dei diritti umani oggi appare più importante che mai ma anche complicato. Come abbiamo visto da queste breve disamina, perché vi giuriamo di aver soltanto grattato la punta dell’iceberg, il mondo è un posto molto complicato e pieno di nefandezze. Anche solo rimanere informati, è un problema. In tutto questo, abbiamo anche visto che cambiando il mondo cambiano e si evolvono anche i diritti. Pensiamo per esempio alla recenti implicazioni e alle mille nuove complicanze che riguardano il diritto alla privacy e le sue conseguenze. Non stiamo parlando soltanto di pubblicità mirate dovute alla profilazione dei nostri account social. Stiamo parlando di rivendita dei nostri dati per fini politici come ha ben rivelato lo scandalo di Cambridge Analytica, società di consulenza che ha condotto le campagne pro Brexit e per le presidenziali di Trump. Ma di questo parleremo nella prossima puntata perché di carne al fuoco ne abbiamo messa anche troppa e ricordiamo che Valentina è pure vegetariana. 

Recommend
  • Facebook
  • Twitter
Share
Tagged in
Leave a reply