Neet: giovani senza lavoro e senza futuro

Tutti noi abbiamo almeno un amico, un parente o anche un semplice conoscente che alla domanda “cosa fai nella vita?” potrebbe benissimo rispondere con “nulla”. Potreste non saperlo ma avete appena incontrato un neet: un acronimo inglese che sta per Not in Education, Employment, or Training, ovvero persone tra i 15 e i 34 anni che non stanno studiando o lavorando né sono in percorsi di formazione. In Italia, che rappresenta in questo campo il fanalino di coda dell’Europa, sono ben 3,3 milioni, quasi il 20% dei giovani. 

 

I neet segnalano la progressiva riduzione di peso dei giovani nella società e nel mondo del lavoro tant’è vero che l’Unicef li chiama children of recession, i figli della recessione.

 

Qual è il costo sociale dei neet in Italia e in Europa e l’impatto psicologico sulla nostra generazione? Ne parliamo nell’episodio di oggi.

 

Trovate qui sotto la puntata (come sempre siamo su Spreaker, iTunes, Spotify e YouTube), la trascrizione della puntata e le fonti di approfondimento.

 

Ascolta “#11 – NEET” su Spreaker.

 

Trascrizione dell’episodio:

 

Tutti noi abbiamo almeno un amico, un parente che alla domanda “cosa fai nella vita?” potrebbe rispondere con “nulla”.

Sembra normale dover avere sempre qualcosa da fare, il liceo, l’università o un lavoro. Un Paese esiste quando produce, quando ci sono degli investimenti e dei ritorni di questi investimenti che possono permettere guadagni, spese e consumo.

Non tutti però hanno un lavoro (e capirai che novità), ma nel frattempo non studiano né partecipano a dei programmi di istruzione. Questa parte della popolazione viene definita NEET, un acronimo inglese che sta per Not in Education, Employment, or Training, ovvero persone che appuntano non stanno studiando, lavorando né sono in percorsi di formazione. I neet segnalano la progressiva riduzione di peso e ruolo dei giovani nella società e nel mondo del lavoro tant’è vero che l’Unicef li chiama children of recession, i figli della recessione. Qual è il costo sociale dei Neet in Italia e in Europa e l’impatto psicologico sulle generazioni più giovani? Ne parliamo nell’episodio di oggi.

 

*sigla* MOOSECA

 

I NEET in Italia sono 3,3 milioni, più del 20% dei giovani. Si tratta di un fenomeno che risente di forti differenze territoriali (sono molti di più al Sud) e di genere (è una situazione diffusa tra le donne). La media europea è del 13,4%, manco a dirlo la superiamo senza problemi, e il numero di laureati del nostro Paese è pari al 18,7% contro la media UE del 31,4%, senza dimenticare che in Italia gli abbandoni scolastici precoci erano al 17% nel 2017. “Tra l’altro – si legge sul Sole24 Ore – mentre un tempo, soprattutto in alcune regioni, l’abbandono degli studi era legato a un ingresso precoce nel lavoro, quindi si lasciava la scuola perché c’era la possibilità di un impiego, questa possibilità si è assottigliata negli anni, per i giovani senza diploma.Per coloro che trovano un lavoro, poi, avere un titolo di studio più basso espone al rischio di forme contrattuali più irregolari e meno retribuite. Il lavoro informale ha un’incidenza maggiore tra i giovani non diplomati: quasi uno su cinque dichiara di svolgere un lavoro subordinato regolato solo da un accordo verbale con il datore di lavoro”.

 

La disillusione e la sfiducia verso il sistema dell’istruzione scolastica (soprattutto quella superiore) sono evidenti. Che la laurea non sia sufficiente ad ottenere un lavoro, d’altra parte è un fatto comprovato dalle percentuali ancora alte di disoccupazione giovanile. Soprattutto se consideriamo che quando l’occupazione giovanile sale è anche per via di contratti a termine, che potrebbero non essere rinnovati nel periodo immediatamente successivo. Inoltre, anche se non è sempre il caso dei Neet, ci ritroviamo al paradosso di molti giovani iperqualificati in un mercato del lavoro incapace di assorbire nuove risorse al suo interno.

 

Ma adesso basta con le statistiche. Proviamo a capire da dove viene il problema dei neet e a guardarli non sotto la lente del microscopio come un batterio da estirpare bensì come un campanello d’allarme della nostra società. Perché se c’è una cosa che bisogna ammettere è che senza lavoro – e senza le adeguate contromisure ad una vita senza lavoro – si vive una marginalizzazione che può anche diventare permanente dalla società tutta. I neet soffrono spesso di ansia, depressione e coltivano la propria insicurezza isolati dai gruppi sociali, si sentono protetti soltanto nel proprio nucleo familiare, nonostante immagino che vivano anche un senso di colpa schiacciante. Il lavoro nobilita l’uomo non è un modo di dire vuoto e sciapo.

 

Nella sua accezione più bella significa che attraverso il lavoro si matura, si intessono relazioni con gli altri, cresce la soddisfazione personale, ci si pone degli obiettivi e li si raggiunge spesso, anche se non sempre. Si affrontano problemi e si viene a patti con le proprie mancanze, frustrazioni e fallimenti. Quando tutto questo non c’è o è storpiato da ingiustizie, sfruttamenti e mancanza di garanzie (e sì, stiamo parlando di stage non pagati, turni di 11 ore al giorno, maternità non concesse, ferie negate, nonnismo, mobbing e discriminazioni, lavoro a nero, voucher e promesse di assunzione mai mantenute ), ecco, quando c’è tutto questo, qualcosa si rompe. Ma quand’è che il meccanismo si è inceppato? Da quando il connubbio lavoro e giovani è diventato un ossimoro?

 

Era il lontano 2007 quando il ministro dell’economia Padoa-Schioppa in un’audizione pronunciò un termine che divise l’Italia ovvero “bambaccioni” – sì, prima che gli acronimi inglesi venissero presi in così tanta considerazione, neet si diceva così. «Incentiviamo a uscire di casa i giovani che restano con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi. E’ un’idea importante». Dopo la valanga di insulti presi, quell’idea importante però rimase nell’aria. Sì, nell’aria perché non si fece poi niente di concreto a livello di incentivi o politiche del lavoro. Però, nonostante l’infelicità della battuta, c’era qualcosa di vero. In Italia diventare indipendenti è più difficile, noi andiamo via di casa tardi, dipendiamo a lungo dai genitori, dalla generazione precedente, più ricca e più sicura.

 

Peccato però che colpevolizzare e offendere non serva poi a molto. Perché non si tratta di un tipo umano come nella commedia d’arte. Il neet non è l’avaro di Molière o la locandiera di Goldoni. Non è una questione caratteriale, semplice indolenza o pigrizia. Non sono pigre o “choosy” 3 milioni di persone. È un dato statistico, riguarda il sistema tutto, è un problema di tutti, non la scelta di alcuni. Ecco perché fa così arrabbiare il fatto che regolarmente saltino fuori articoli – spoiler: 90% delle volte FALSI – su questa scia: “panettiere cerca aiutante, 2000 euro al mese, vitto e alloggio nel mar dei caraibi. non trova nessuno”. E allora giù di nuovo con i giudizi: “il lavoro c’è è che non lo vogliono fare”. Come spesso poi salta fuori la questione: “gli stranieri ci vanno a lavorare nei campi di pomodori”. Ma lavorare nei campi di pomodoro apre un intero capitolo su un tema diverso da quello dei neet.

 

Si stima che al mondo ci siano 40,3 milioni di persone che vivono in una qualche forma di schiavitù, di cui il 71% donne e ragazze e il 25% bambini (circa 10 milioni). “Secondo l’organizzazione abolizionista Anti-slavery international, oggi una persona viene considerata in schiavitù se è costretta a lavorare contro la sua volontà, se appartiene o è controllata da uno sfruttatore o un “datore di lavoro”, se ha una limitata libertà di movimento o se è stata disumanizzata, trattata come merce o comprata e venduta come una proprietà.” Circa metà di queste persone, 24,9 milioni di persone, è costretta a lavorare contro la propria volontà e questo avviene, per i 16 milioni di questa metà principalmente in settori privati come pulizie di appartamenti, produzione di abiti, lavori nei campi, pesca ed edilizia (senza considerare i matrimoni forzati e lo sfruttamento sessuale).

 

Questa situazione è diffusa in Paesi più poveri come la Corea del Nord, Eritrea, Repubblica Centrafricana solo per citarne alcuni, ma è un fenomeno presente anche nei Paesi più sviluppati con 1,5 milioni di persone (circa la popolazione di Milano, per darvi un’idea). Ma com’è possibile? Non ci sono delle leggi a riguardo? Certo, è ovvio che ci sono, ma non dimentichiamo che si tratta di un business che genera circa 150 milioni di dollari a livello mondiale e più di un terzo tra i paesi sviluppati, compresi quelli dell’UE. Le persone sono ridotte in schiavitù in diversi modi, ma tra queste la convinzione di aver ricevuto una proposta di lavoro, per poi scoprire che questo non esiste e che debbano anche pagare trasporto, vitto e qualsiasi altra forma di debito che gli è stata imposta.

Si tratta dell’aspetto più estremo di una disperata ricerca di un lavoro, questo è chiaro, ma credo sia un aspetto necessario per capire quale possano essere gli scenari di situazioni economiche e politiche che, seppur regolamentate, permettono la sopravvivenza di una pratica barbara che mina l’umanità stessa degli individui.

 

Ora è chiaro quindi che non si può legare la questione dei neet con quella degli stranieri nei campi di lavoro, alla mercé dei caporali. In un caso si tratta di una condizione anche psicologica di immobilità e apatia verso la società lavoratrice, una scelta presa soltanto perché alle spalle si ha una famiglia che può “permettersi” i figli a carico. Non è giusto paragonare le due situazioni, non ha senso in questo caso parlare di privilegio, anche se sappiamo che è così. Ma ancora una volta: colpevolizzare non serve.

 

Non è possibile eliminare il problema dei neet senza creare posti di lavoro, questa è un’ovvietà, ma spesso è anche facile cadere nel rapido giudizio che le persone siano un po’ “choosy”, a voler usare altissime citazioni, o pigre o che non abbiano voglia di impegnarsi abbastanza e che basterebbe mandare un paio di curriculum in più per poter avere le risposte che si vuole. Le percentuali di disoccupazione variano non solo tra Paesi dell’UE, ma anche all’interno dei nostri stessi confini. Com’è possibile quindi considerare un’unica soluzione per realtà diverse, con problemi e mercati diversi? Ma soprattutto, è davvero necessario abbassarsi sempre a delle condizioni contrattuali (se il contratto esiste) a sfavore dell’impiegato? Rifiutarsi di lavorare in nero è lecito, rifiutarsi di lavorare gratuitamente è lecito, rifiutarsi di svolgere un lavoro che non sia quello che era promesso è più che lecito. La paura, però, di non avere altre soluzioni è quello che spinge ad accontentarsi di situazioni che, valutate oggettivamente, verrebbero scartate.

 

La realtà è che per capire i NEET bisogna indagare gli effetti negativi delle politiche per il mercato del lavoro in Italia negli ultimi 20 anni, politiche che hanno favorito la precarietà, ammantata di parole come “flessibilità”, “mobilità” e “adeguamento”.

La sensazione è che, visto l’aumento del ricorso a forme di lavoro flessibili e precarie, i più giovani rispetto alle generazioni precedenti, ricevano dei trattamenti peggiorativi che sì incentivano momentaneamente le assunzioni ma a che prezzo?. “Le imprese quando riducono il personale innanzitutto non confermano i rapporti a scadenza”. In altre parole, quando la flessibilità non è una scelta ma qualcosa che non dipende da te e che ti capita tra capo e collo ogni sei mesi, beh…c’è un problema. Un esempio su tutti è quello di Garanzia Giovani, un programma politico dell’Europa, creato nel 2013, per incentivare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, con fondi fino a 8,8 miliardi di euro. Quali sono stati i risultati? Si può dire che a livello europeo la manovra ha funzionato, aiutando ben 14 milioni di ragazzi, facendo scendere la disoccupazione giovanile dal 22 al 20% nel 2016.

Mentre in Italia, anche se è stato sicuramente un aiuto importante, si può affermare con altrettanta sicurezza che non è stato comunque sufficiente. Degli oltre 640mila che hanno avviato un percorso di reinserimento, solo poco più di 300mila (il 52,5%) ha trovato un lavoro vero e proprio. Un lavoro che in oltre un caso su tre (39,5%) è a tempo indeterminato, nel 36,8% coincide con l’apprendistato e il 20,1% è a tempo determinato.

A ciò si aggiunge, che l’italia è uno dei paesi all’ultimo posto per investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione, dei settori che fanno dei giovani la forza motrice. Non a caso quando sentiamo parlare di grandi storie di successo sui cervelli in fuga in tv, si tratta spesso di ricercatori e innovatori. Se non trovare lavoro nel campo di competenza nel nostro paese non è quindi una scelta, diventare neet quindi rinunciare a qualsiasi ricerca invece per certi aspetti lo è. Però è anche una delle risposte alla mancanza di opportunità, esattamente come quella di andare all’estero.

In altre parole, neet e fuga di cervelli sono riconducibili entrambi al gap esistente tra formazione universitaria e offerta di lavoro limitata e/o ad altissima specializzazione.

 

Ma non tutta la colpa è dell’Italia. Sappiamo infatti che il mondo del lavoro del nostro paese risente di altre congiunture e tendenze mondiali. Ci troviamo in una condizione di sovrappopolamento mondiale. Siamo troppi. 7 miliardi di persone e l’aspettativa di vita continua a salire. Il che significa che nel mondo occidentale, la popolazione invecchia ma a un certo punto smette di lavorare e quelli che lavorano ancora devono mantenerla. Un sistema talmente fragile che ti fa venir voglia di invocare Danaerys per spezzare la fantomatica ruota. Se aggiungiamo poi le tendenze alla robotizzazione e all’automazione di tanti lavori manifatturieri a spese degli uomini (pensiamo alle fabbriche di auto a Detroit), cominciamo a capire chi sta profetizzando un mondo con sempre meno lavoro.

 

Ridurre i turni di lavoro è una soluzione avallata da studiosi come Domenico De Masi, autori del libro “Lavorare meno, lavorare tutti”. La tesi è che il lavoro part-time sia necessario per rendere sostenibile il mondo. Così come un forte Welfare State che naturalmente dovrebbe andare a coprire i costi che i cittadini – con stipendio dimezzato – non potranno più permettersi: salute, istruzione e alimentazione, in primis. Ma anche il reddito di cittadinanza, non quello dei 5stelle ma quello sperimentato da alcuni paesi del Nord Europa, è stato molto osteggiato. L’economia, d’altronde, non è una scienza esatta e le numerose crisi finanziarie lo dimostrano. Non c’è una formula magica o un incantesimo che ci aiuti a prevedere il futuro dell’occupazione. Specialmente in questi tempi di sharing economy e fattorini che portano cibo su biciclette pericolanti rischiando l’incidente ogni 2×3 senza assicurazione e a quanto pare senza nemmeno la mancia. Ma di questo magari parliamo in un’altra puntata anche perché pure noi ce le mangiamo le pokè di salmone quindi l’argomento ci tocca da vicino (parla per te che io anche volendo ho pochi posti che arrivano a casa mia, manco vivessi a Timbuktu).

 

Che fare dunque?

Innanzi tutto ci sono delle buone notizie: per i Neet, un’alternativa che sembra funzionare è quella del Servizio Civile. Dal Corriere si legge: Dal 2001 al 2016 sono 388 mila i giovani che hanno fatto un’esperienza di servizio civile in Italia e 5657 coloro che hanno svolto attività all’estero. Solo per il 2017 tra giovani già avviati e da avviare al servizio le stime parlano di quasi 50 mila ragazzi. Secondo l’INAPP, su un campione di 4251 neet intervistati che hanno svolto il servizio all’interno del programma Garanzia Giovani, il 13,2% è tornato a formarsi a sei mesi dalla conclusione dell’esperienza. Il 93,2% dice di essersi attivato nella ricerca del lavoro e di questa quota il 33,5% ha trovato impiego.

L’Europa ha intanto istituito l’ELA ovvero un’Autority sul Lavoro, allo scopo di coordinare in modo unitario le politiche lavorative in tutti i paesi dell’Unione ma anche ad autorizzare controlli e a denunciare situazioni di illegalità tramite degli ispettori del lavoro europei. Questo vale anche per lavoratori che non risiedono nel paese d’origine. So che molti ragazzi italiani ci ascoltano dall’estero ed è importante ricordare che soprattutto quando si è soli e vulnerabili in un paese straniero a volte si accettano condizioni di lavoro peggiori o al limite dell’illegalità per cercare di costruirsi un futuro.

 

Anche restando in Italia, spesso la situazione è la stessa. Non ci sentiamo di giudicare queste scelte, sappiamo quanto siano difficili però ci teniamo a far presente che le alternative esistono. Si può denunciare anonimamente all’ispettorato del lavoro situazioni irregolari così come soprusi e molestie. Dire di no è possibile.

 

Ma è ancora più centrale combattere la sensazione di impotenza e di spaesamento che colpisce i giovani ancor prima di rimanere intrappolati nella condizione di neet. Per questo è essenziale intervenire per tempo con l’obiettivo di renderli attivi, non tramite momentanei sussidi economici, ma con investimenti nella formazione e nell’aumento delle loro competenze e capacità. Ritengo centrale quindi smetterla con un certo paternalismo e infantilizzazione dei “ragazzini”, spesso dipinti come incapaci di intendere e di volere. Si veda cosa è stato detto a proposito di Friday for Future o del ragazzo della periferia di Roma che si è messo a controbattere ai fascisti di Casa Pound, svilito per il suo vocabolario. I ragazzi vanno incoraggiati non derisi. Non vogliamo raccontare favole, anzi, abbiamo dipinto uno scenario molto incerto. Però un conto è essere realistici un altro è far correre la maratona del futuro alle prossime  generazioni, bendandole e con le mani legate dietro la schiena.

 

Dalle stime dell’Istat, pare che l’Italia rischi di perdere un milione di studenti nei prossimi dieci anni. Questo dato appare ancora più rilevante se pensiamo che uno dei più grandi problemi del mondo del lavoro è lo skill mismatching cioè la discrasia tra competenze e posizione lavorativa occupata, spesso le competenze sono inferiori alla carica ricoperta oppure meno spesso ma comunque in troppi casi le competenze sono superiori all’incarico svolto. La risposta a questo calo progressivo di competenze è stata proporre, su modello di molti paesi europei tra cui la Germania, la famigerata alternanza scuola-lavoro, un tipo di formazione duale che lega formazione teorica a quella pratica in modo che i giovani arrivino più preparati al mondo del lavoro con già un po’ di esperienza alle spalle, dopo dei tirocini abilitanti. Il motivo per cui non mi piace affatto l’alteranza scuola-lavoro è che si basa solo ed esclusivamente su un modello vecchio di produttività. Più sai fare, più produrrai, più sarai appetibile per le aziende. Ma abbiamo visto come questa sia una premessa non sempre vera, inoltre la formazione scolastica non serve ai ragazzi a diventare dei lavoratori ma degli individui prima di tutto. Gli anni della scuola sono cruciali per ispirare i ragazzi e scongiurare quell’apatia che intossica i neet e che infatti viene dopo gli anni di istruzione. Non vogliamo cadere in una facile retorica ma è sconfortante pensare di risolvere il problema delle competenze – che riguarda per altro soprattutto gli adulti che lavorano da tantissimi anni – non con un programma di formazione continua per tutti ma con tirocini che risentono fortemente delle disugualianze tra opportunità lavorative del Nord e del Sud, tra centro e periferia.

 

Il prof. Christian Raimo scrive su Internazionale: “Con l’alternanza scuola-lavoro l’istruzione s’inchina al modello McDonald’s”. Non si vuole demonizzare la cultura del learning by doing, peccato che l’alternanza scuola-lavoro si configura esclusivamente come stage non retribuito piuttosto che come esperienza altamente formativa. Spesso viene fatto addirittura in grandi multinazionali con un codice etico a dir poco fumoso come Zara o McDonald, interessati più che altro a coltivare la cultura del customer care, del servizio clienti. Insomma insegniamo ai giovani l’adattabilità a dei sistemi – non importa quanto marci – anziché insegnargli che questi sistemi si possono cambiare. La scuola da sempre coltiva indipendenza, oggi però lo fa un po’ meno. Ancora Raimo giustamente fa un’altra riflessione importante: “Quanti studenti oggi sanno leggere una busta paga? Quanti conoscono la differenza tra sciopero e serrata? Quanti sanno cos’è l’articolo 18, di che testo fa parte e cosa implica? Chi è incaricato a scuola di trasmettere questo tipo di conoscenze? Per esempio, informare su come le ultime riforme hanno insistito nel ridurre le ore di storia da vari curricula delle superiori, con l’effetto di una cancellazione de facto dell’educazione civica?”.

 

A proposito di questo vorremmo leggere alcuni messaggi che ci sono arrivati su Instagram, discutendo del dramma dei NEET, cercando di andare al di là delle statistiche ma cercando di comprendere lo stato in cui si trovano tanti giovani oggi.

 

Il problema dell’informazione è centrale quindi non solo per quanto riguarda il lavoro ma anche per quanto riguarda la politica, mi verrebbe da dire che il problema del lavoro è politico. Essere in una condizione di marginalità sociale rende apatici e impotenti nei confronti del mondo. Dobbiamo purtroppo ammettere – proprio durante il weekend delle elezioni europee – che c’è un’intera generazione di giovani che non vota e non ha mai votato. Probabilmente non sanno nemmeno come fare oltre al perché farlo.

Entro il 2020, il 27% dell’elettorato statunitense – circa 54 milioni di persone – avrà un’età compresa tra i 18 e i 29 anni. Questo gruppo rappresentava meno del 20% della popolazione votante nelle elezioni del 2016. Statisticamente hanno tendenze liberali su tutti i temi caldi – tra cui l’immigrazione, l’ambiente e il controllo delle armi. Potrebbero rappresentare nei prossimi anni il blocco elettorale più influente per i paesi occidentali (non solo USA) ma c’è solo un problema: non votano.

“Ci lamentiamo, ma non votiamo. Non ci sentiamo responsabilizzati. Siamo facilmente distratti e incerti su come farci sentire, ci sono problemi di cui ci preoccupiamo molto, ma siamo confusi su come possiamo cambiare le cose “.

 

Photo by chuttersnap on Unsplash

 

FONTI:

https://ec.europa.eu/education/sites/education/files/document-library-docs/et-monitor-report-2018-italy_it.pdf

https://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2019-04-30/primo-maggio-vera-emergenza-sono-giovani-15-anni-persi-oltre-600mila-posti-lavoro-123751.shtml?uuid=ABTEK1sB&refresh_ce=1

http://nuvola.corriere.it/2019/05/21/lue-e-la-lotta-alla-disoccupazione-giovanile/

http://nuvola.corriere.it/2019/05/08/come-funzionera-lautorita-europea-per-il-lavoro/

https://www.internazionale.it/notizie/kate-hodal/2019/03/11/persone-ridotte-schiavitu

https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2019-05-04/carenza-educativa-quella-gabbia-che-passa-genitori-figli-103022.shtml?uuid=AByQuVtB&refresh_ce=1

https://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2016/11/16/scuola-lavoro-alternanza-mcdonald

https://medium.com/s/youthnow/ruined-entire-generation-of-young-voters-gen-z-politics-democracy-140d9ead1fa2?fbclid=IwAR1O929quhaGsxzXfoDm9BsfZ9S8wf3AMsqWs9x56wDx6pJJ3UoPoCsORCk

 

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